Tutti gli articoli

Covid-19 e Responsabilità Sociale d’Impresa: ridisegnare il presente

Business resiliente

17/11/2020

Corporate Social Responsibility e valorizzazione del personale come efficaci strumenti per uscire dalla crisi creando valore d’impresa

La crisi sanitaria globale e i sistemi economici

L’improvviso insorgere del nuovo Coronavirus ha sconvolto i precedenti schemi economici e sociali, impattando anche sulle modalità lavorative e costringendo le imprese a disegnare, da un giorno all’altro, nuovi paradigmi.

Molte aziende, pur di non chiudere, si sono riconvertite, iniziando a produrre loro stesse mascherine e gel igienizzanti, sostenendo così la produzione nazionale. Un esempio è Di.Bi, azienda produttrice di tessuti tecnici per lo sport, che si è reinventata nella produzione di mascherine.

L’emergenza sanitaria causata dal Covid-19 sta avendo un evidente impatto sull’economia mondiale, con il conseguente crollo del PIL e l’aumento del debito pubblico

Alcune aziende hanno dovuto interrompere la propria produzione per salvaguardare la salute dei propri clienti e dipendenti, ma questa battuta d’arresto ha impattato duramente sull’occupazione: molte persone si sono ritrovate in cassa integrazione oppure hanno visto i propri contratti giungere a termine senza poter essere rinnovati, senza dimenticare chi già prima della crisi era inoccupato e adesso fa ancora più fatica a trovare una propria collocazione nel mondo del lavoro. Ovviamente, una situazione lavorativa così incerta ha dei riflessi anche sulla vita familiare: dalla gestione di affitti e bollette, alla cura dei figli piccoli che non possono più andare a scuola.

La psiche e il rischio di burnout

L’emergenza sanitaria e le sue conseguenze economiche impattano notevolmente sul benessere psico-fisico del lavoratore: alla paura del contagio e della malattia si aggiunge la preoccupazione per il proprio posto di lavoro e tutto questo comporta un elevato livello di stress che, a sua volta, può essere somatizzato causando disturbi patologici fisici (quali emicrania, ipertensione e gastrite) e mentali (quali ansia, nervosismo e insonnia).

L’insieme di questi disturbi viene spesso definito come “Sindrome da burnout”, caratterizzata da esaurimento emotivo, depersonalizzazione e derealizzazione personale. Questa sindrome, se non gestita correttamente, può sfociare nel disturbo da stress post-traumatico.

Nell’attuale situazione, il burnout ha maggiori probabilità di verificarsi in quei settori che sono diventati essenziali alla lotta contro il virus e che, proprio per questo, non possono mai rallentare i propri ritmi di lavoro.
Basta pensare a tutte le aziende che producono i Dispositivi di Protezione Individuale (quali mascherine, occhiali di protezione, gel igienizzanti, tute protettive) e alle aziende che producono le attrezzature sanitarie utilizzate negli ospedali (come i ventilatori polmonari che aiutano la respirazione). Ruolo ancor più importante quello di tutti gli operatori sanitari (medici, infermieri e farmacisti) che stanno mettendo a repentaglio la propria salute (e quella dei rispettivi famigliari) per poter salvare la vita al maggior numero possibile di persone.

I professionisti della salute si sono ritrovati in una situazione straordinaria nella quale i disagi organizzativi, fisici e psicologici tipici del proprio lavoro si sono repentinamente presentati contemporaneamente, rendendone difficile la gestione

Emblematiche in tal senso le fotografie che hanno visto protagoniste due infermiere: Alessia Bonari (che ha mostrato il proprio volto con i segni e i lividi causati dal prolungato uso della mascherina e delle lenti protettive) ed Elena Pagliarini (che, indossando ancora camice e mascherina, si è addormentata sulla scrivania al termine di un estenuante turno di lavoro).

Oltre alla giustificata paura del contagio, poi, si aggiungono altri due elementi che incidono negativamente sulla psiche umana: la quarantena e l’isolamento. Questa reclusione forzata e indispensabile per proteggerci, impedisce di vedere per tempi prolungati i propri familiari, i propri amici e i propri colleghi, causando problemi emotivi non da poco (basta pensare ai figli che non possono abbracciare per mesi i propri genitori anziani o alla difficoltà del dover lavorare in solitudine senza poter condividere momenti di pausa con i colleghi).

Infine, chi ci sta intorno viene visto con diffidenza in quanto potenziale fonte di contagio: oltre all’isolamento prescritto dai DPCM, c’è il rischio di un auto-distanziamento che vada a ledere i rapporti sociali con chi si trova al di fuori della stretta cerchia dei congiunti.

Consegue che l’alienazione sia dietro l’angolo, ma se è vero che per avere successo bisogna partire dalle persone, i dipendentiassumono un ruolo chiave in questo processo e vanno preservati e valorizzati al massimo al fine di ripartire insieme a loro. Per poter fare tutto ciò diventa indispensabile che le aziende pensino a metodi di gestione del benessere del dipendente, facendolo sentire sicuro e tranquillo sul posto di lavoro, permettendogli di essere maggiormente motivato e produttivo.

Lavorare preservando il benessere individuale

Come possono le aziende sostenere il benessere dei propri lavoratori? Ci sono svariate attività da poter mettere in atto per facilitare il lavoro durante la pandemia.

La prima attività da svolgere è sicuramente quella di rendere flessibile l’orario di lavoro e permettere ai dipendenti di svolgere lo smart-working, fornendo anche suggerimenti per effettuarlo al meglio, in modo efficace.

Un altro supporto che i manager possono fornire consiste nel definire fasce orarie in cui non è consentito fissare call (per andare incontro ai genitori che devono conciliare le nuove esigenze familiari con gli impegni lavorativi) e stabilire attività di lavoro che rispettino la work-life balance (equilibrando il tempo dedicato al lavoro con quello dedicato alla vita privata).
Un’azione rilevante nell’ambito della formazione professionale (anche a distanza) è il rendere disponibili delle piattaforme che permettano ai dipendenti di continuare a informarsi in svariati modi (per esempio, corsi online, classi di conversazione, TED Talks e webinar).

Relativamente al supporto psicologico, alcune aziende hanno attivato dei servizi di sostegno a distanza (effettuabili sia in sessioni individuali sia in sessioni di gruppo).
Per sentirsi più vicini ai propri colleghi, anche se non si è fisicamente nello stesso ufficio, può essere utile l’invio di newsletter che forniscano consigli e tips su come affrontare al meglio la situazione.

Tutte queste trasformazioni, in parte, diventeranno stabili anche quando la pandemia sarà finita. Tornare ai paradigmi precedenti è impensabile: questi mesi di smart-working hanno dimostrato come esso funzioni bene, pertanto il cambiamento del concetto di orario di lavoro, di straordinario e di permessi, sarà duraturo.

Valorizzare il capitale umano

Il valore aziendale si raggiunge partendo dalle persone che fanno parte delle imprese.  Quali sono le migliori strategie per valorizzare i dipendenti?

Ci sono tre capisaldi:

1. Innovare il concetto di “lavoro”, prevedendo modelli semplici, molteplici occasioni di condivisione e ambienti ospitali;

2. Gestire le risorse umane in modo meritocratico con criteri di valutazione trasparenti e oggettivi;

3. Stimolare una cultura valoriale di lungo temine.

L’epidemia da Covid-19 ci fa riflettere e ci interpella sul futuro: terminata l’emergenza conviene tornare alle abitudini precedenti oppure è meglio creare condizioni di vita migliori?

A queste tre pills, si aggiungono ulteriori best practice:

1. Valorizzare le peculiarità individuali, includendo ogni diversità e dando ruolo centrale ai talenti personali;

2. Stimolare un clima organizzativo piacevole che permetta di instaurare, tra i vari dipartimenti, relazioni umane agili che riducano i lenti e innumerevoli passaggi burocratici;

3. Sviluppare una scuola interna di formazione continua.

Seguendo questi pochi e semplici tips è possibile aumentare il livello di coinvolgimento dei lavoratori che, di conseguenza, si sentiranno più partecipi alla vita aziendale, più soddisfatti, lavoreranno con maggiori motivazioni e produrranno prezioso valore per l’azienda e per tutti gli stakeholder (interni ed esterni).

La Responsabilità Sociale d’Impresa e le nuove sfide

La pandemia ha reso ancor più evidente l’importanza della Responsabilità Sociale d’Impresa, cioè il saper gestire adeguatamente gli impatti etici e sociali che le azioni aziendali comportano: le imprese hanno e stanno ancora dimostrando di saper rispondere alle sfide del Coivd-19 in modo sostenibile, mostrando ancor più resilienza e maggior capacità di reagire alle crisi.

Il primo passo per essere socialmente responsabili è partire dall’interno: le aziende dovrebbero concentrarsi sui propri collaboratori garantendo loro un certo livello di sicurezza e di comfort.
Questo è importante perché la pandemia ha permesso di orientarsi maggiormente verso i valori: le persone hanno bisogno di identificarsi in qualcosa al fine di colmare quel vuoto lasciato dalle affiliazioni che con il distanziamento sociale imposto si sono allentate.

Anche i consumatori, dal loro lato, hanno avuto un risveglio di coscienza che li ha portati a richiedere pratiche commerciali etiche e sostenibili e sono pronti a boicottare quelle aziende che non sono in grado di soddisfare questo bisogno.

Poiché la sostenibilità si presenta come una nuova realtà aziendale che diverrà permanente, le imprese devono necessariamente ripensare, in modo adeguato, i propri obiettivi sociali e ambientali, modificando il proprio funzionamento interno e trasformando i rischi sanitari in opportunità lavorative.

La sfida consiste nell’identificare un nuovo ruolo per la Responsabilità Sociale d’Impresa, individuando le giuste strategie per affrontare le sfide sociali, economiche e ambientali causate dal Covid-19