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Il diritto alla disconnessione nell’era dello smart working

Business resiliente

14/12/2020

Lavoro agile come nuova normalità: conseguenze e prospettive future

Lo smart working come cambio di paradigma

Che la cosa piaccia o meno, lo smart working è diventata la nuova normalità di molti. In questi mesi il lavoro da remoto è diventato la risoluzione ai problemi imposti dal distanziamento sociale, imponendosi come realtà per una grossa fetta di lavoratori. Lo ha fatto vincendo gli scetticismi e svecchiando le convinzioni di chi crede all’affermazione ‘se non ti vedo lavorare, non stai lavorando’. Convinzioni smentite da una produttività che aumenta e semmai genera un problema opposto: in smart working si lavora di più! Sono i dati a dirlo e in particolare quelli emersi dall’ultima ricerca del colosso Microsoft sul remote working: nove italiani su dieci dichiarano di lavorare di più a casa rispetto a quanto facessero in ufficio. I leader aziendali confermano: l’87% degli intervistati afferma di avere registrato effetti positivi in termini di efficienza e produttività. Quest’ultima si è mantenuta pari o superiore al periodo del primo lockdown.

Le nuove possibilità di reperibilità e connessione costante hanno un impatto enorme sulla realtà lavorativa

Il diritto alla disconnessione

Dunque, paradossalmente il rischio dello smart working è che si trasformi in un modo per lavorare sempre. In assenza di luoghi fisici condivisi è infatti più facile che la vita lavorativa si trascini oltre l’orario canonico di apertura e chiusura degli uffici per venire incontro alle richieste di superiori, in una situazione di connessione e reperibilità estesa rispetto a una situazione di normalità. Il report stilato dalla piattaforma social Linkedin rivela un dato impressionante in tal senso: il 48% del campione analizzato ha riferito che lo smart working si è tradotto in un aumentato carico del lavoro. Circa un italiano su due ha lavorato almeno un’ora in più al giorno.

Per ovviare a una situazione di questo tipo si è chiamato in causa e si continua a parlare di diritto alla disconnessione. Con esso si fa riferimento al diritto dei dipendenti di disconnettersi dai dispositivi utilizzati per lavoro, interrompendo o smettendo di svolgere attività lavorative (invio di email, chiamate, messaggi, ecc…) al di fuori del normale orario di lavoro, senza che questo abbia delle ricadute negative in termini di carriera. Ciò serve a rendere più marcato il confine tra le comunicazioni in e fuori dall’orario di lavoro, a tutela della vita privata del lavoratore. Rispetto a questo punto, il Garante italiano per la privacy nell’audizione del 13 Maggio 2020, ha affermato quanto segue: È necessario assicurare in modo più netto di quanto già previsto, anche quel diritto alla disconnessione senza cui si rischia di vanificare la necessaria distinzione tra spazi di vita privata e attività lavorativa, annullando così alcune tra le più antiche conquiste raggiunte per il lavoro tradizionale”.

In una realtà lavorativa iper connessa, il diritto alla disconnessione garantisce una qualità di vita superiore

Il diritto alla disconnessione viene dunque considerato come un diritto fondamentale, motivo per il quale si sta procedendo nella direzione di un riconoscimento europeo. Attualmente infatti il diritto a disconnettersi non è previsto dalle leggi UE e i membri del Parlamento hanno chiesto che la Commissione europea vari una direttiva comunitaria. A Gennaio 2021 il Parlamento voterà la proposta in seduta plenaria e l’eventuale successiva approvazione della Commissione porterà all’integrazione della legge sul diritto alla disconnessione nel quadro normativo di tutti i paesi membri.

Tecnostress e burnout

Il rispetto del diritto alla disconnessione non tutela solo il tempo libero del lavoratore ma è fondamentale per la tutela della sua salute psicologica. La mancanza - o comunque la diminuzione - di una separazione tra la vita privata e quella lavorativa può determinare l’insorgere di disturbi del lavoro. Particolarmente legato alla questione tecnologia è il tecnostress che nel 2007 è stato ufficialmente riconosciuto come malattia professionale. Questo termine è stato coniato per la prima volta nel 1984 dallo psicologo americano Craig Brod per identificare uno stress indotto dall’utilizzo delle nuove tecnologie e in particolare dal malfunzionamento delle stesse. Il tecnostress è dunque una tipologia di stress causata da un utilizzo scorretto, eccessivo, disfunzionale delle tecnologie tale da avere un impatto significativo sia sulla vita lavorativa sia sulla vita sociale dell’individuo. Esso è spesso correlato a fattori come sovraccarico di informazioni, eccessivo utilizzo di strumenti informatici e tempi di esecuzione troppo brevi. Tutti questi elementi contribuiscono a generare ansia, mal di testa, insonnia.

Il tecnostress può comportare enormi danni produttivi, economici e organizzativi

Altra sindrome correlata allo stress sul lavoro è quella del burnout. La sindrome da burnout è l’esito dell’esposizione a una condizione di stress duratura che nel lungo periodo provoca logorio fisico, emotivo e psicologico. Uno stress cronico che porta a diminuzione o esaurimento delle energie, distanziamento mentale, mancanza di interesse sul luogo di lavoro e conseguente diminuzione delle prestazioni lavorative.

Smart Working tra benefici e questione ambientale

I benefici del lavoro da remoto si estendono al di là dell’aumento della produttività e riguardano anche il benessere dei dipendenti. Secondo la ricerca Microsoft sul lavoro agile, i lavoratori apprezzano particolarmente alcune possibilità offerte da questa tipologia di lavoro, come: vestirsi in maniera casual (77%), avere una maggiore quantità di tempo libero a disposizione per i propri hobby (49%), figli (36%) e animali domestici (22%) e avere un ambiente lavorativo personalizzato (39%).
Certo, il lavoro da remoto contempla anche svantaggi in termini di perdita dell’interazione faccia a faccia con i colleghi e delle conseguenti occasioni di contaminazione creativa. Tuttavia è evidente: lo smart working è divenuto fondamentale in un momento in cui per scongiurare una pandemia globale occorre rinunciare a tutto ciò che è superfluo. E la realtà è che per moltissimi lavoratori recarsi fisicamente sul posto di lavoro non implica vantaggi tali da giustificare il rischio dello spostamento. Il lavoro agile non è utile alla sola distanza sociale ma impatta anche sulla situazione ambientale e su una questione che a emergenza sanitaria scongiurata tornerà a essere prioritaria: il cambiamento climatico.

Lavoro agile significa meno energia consumata, meno plastica, meno emissioni nocive

Lavorare da casa, per esempio, significa incidere positivamente sui consumi energetici e sul traffico nelle strade urbane con una riduzione di entrambi. Enea - l’Agenzia Nazionale per le nuove tecnologie e lo sviluppo sostenibile – ha stimato che lo smart working riduce la mobilità quotidiana di ogni persona di circa un’ora e mezza, per un totale di 46 milioni di km evitati, corrispondenti 8mila tonnellate di emissioni C02 in meno.

Il futuro del lavoro agile

L’emergenza sanitaria ha imposto l’utilizzo sempre più massivo del lavoro agile, tuttavia dopo averne fatto esperienza sono in molte le imprese non disposte a rinunciarvi. Secondo la ricerca ‘Future of work 2020’ - condotta dall’Osservatorio Imprese lavoro Inaz e Business International su un campione di grandi aziende italiane – solo il 6% di queste afferma di volere tornare alle condizioni preesistenti allo smart working. In futuro molte aziende opteranno per uno smart working moderato: il 39% di queste attuandolo 2 giorni su 5, il 13% orientandosi su un unico giorno.

Una delle conseguenze più importanti dell’emergenza COVID-19  è la diffusione di una nuova organizzazione del lavoro

In ogni caso, la crisi Covid ha messo al centro il fattore umano, costringendo molte realtà a riflettere sulle loro priorità aziendali. Lo smart working e la digitalizzazione sono divenuti elementi di primo piano su cui è necessario investire tempo e risorse. Si tratta di due ambiti strettamente correlati poiché il primo implica l’esistenza del secondo: per proseguire con lo smart working occorre infatti continuare sulla via della digitalizzazione. Ed è importante fare ciò preservando il tocco umano: anche a distanza l’azienda deve rimanere un luogo di aggregazione e socialità. Inoltre, per realizzare la piena potenzialità del lavoro agile, è necessario lavorare a una progettualità che l’imprevedibilità della pandemia non ha permesso di sviluppare.