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La fiducia nella digitalizzazione è fiducia nel futuro

Business resiliente

21/09/2021

Se il trend – non solo italiano – è quello di investire nel digitale, significa che gli imprenditori ripongono fiducia nel futuro, pur senza sottovalutare l’impatto pandemico

La digitalizzazione è resilienza

Nulla dice “fiducia” più della determinazione di guardare al futuro, di reagire alle difficoltà non solo cercando di resistere in attesa di tempi migliori, ma plasmando la propria identità così da adattarsi alle pieghe della contemporaneità. Se a lungo ci si è interrogati – e ancora lo si fa – sul ruolo e sulla fisionomia della resilienza d’impresa, lo scenario pandemico ha permesso di metterne in luce, seppur in modo drammatico, i tratti. Già, lo scenario pandemico: perché nonostante la tentazione dopo diversi mesi sia quella di scrollarsi di dosso questo mantello opprimente, ogni analisi riguardanti l’impresa al giorno d’oggi non può prescindere da questo importante punto di rottura, una chiave di volta tra ciò che è stato e ciò che sarà.

Proprio per quanto riguarda il ciò che sarà, sembra che le prospettive non siano affatto negative, o almeno è ciò che devono pensare gli imprenditori se – come rileva un’indagine di Deloitte Private su quasi 3mila aziende nel mondo – al 32% di imprese che avevano già avviato processi di digitalizzazione prima del Covid-19 si aggiungono oggi il 25% che dichiarano di avere in corso processi di trasformazione digitale e il 23% che sostiene di averli avviati proprio in risposta alla pandemia. E il restante 20%? Il 18% ci sta pensando, pur senza aver ancora formalizzato un piano preciso, e solo il 2% non ha preso in considerazione la questione.

Nel mondo, l’80% delle aziende ha già avviato o sta avviando processi di digitalizzazione. Una tendenza che la pandemia non ha interrotto, ma anzi implementato

Se una – forse troppo timida – spinta alla digitalizzazione si intravvedeva anche prima dell’irrompere del Covid-19, la pandemia ha senza dubbio forzato la mano in questo senso: una situazione che ha portato a uno svecchiamento delle modalità operative forse non del tutto governato e consapevole, ma pur sempre significativo. Innanzitutto perché ha costretto a portare a compimento processi che, seppur avviati, procedevano a rilento, impastati nell’operatività quotidiana. Poi perché ha spinto diverse imprese ad approcciarsi in modo serio e concreto a istanze cui fino a quel momento avevano posto un interesse marginale, se non addirittura nullo. Infine – ma non meno importante – perché ha portato lavoratori e utenti ad affidarsi sempre di più al mondo digitale per diverse operazioni quotidiane sia in ambito professionale sia per le attività personali, svelandone le potenzialità.

C’è però un altro, importante motivo per cui questo ricorso alla trasformazione digitale nelle sue diverse forme è significativo: perché indica come le aziende abbiano la forte volontà di reagire a una crisi che si è abbattuta su ogni tipologia di attività. Seppur in un momento di grande incertezza, i leader delle imprese sia italiane sia estere investono in digitalizzazione e – sempre secondo la ricerca Deloitte – hanno fiducia in un incremento sia della produttività (58%) sia dei profitti (47%) in quanto hanno messo in atto una serie di strategie per rendere le proprie aziende più competitive nello scenario post-pandemico.

L’ottimismo degli imprenditori deriva dalla consapevolezza di aver messo in atto una serie di strategie per essere sempre più competitivi

I punti critici nella digitalizzazione italiana

Fiducia e buone intenzioni a parte, vi sono naturalmente dei punti dolenti che, per quanto riguarda la situazione italiana, non sono certo una novità: Il Digital Economy e Society Index (DESI) 2020 vede l’Italia in quartultima posizione tra i paesi europei, seguita solo da Romania, Grecia e Bulgaria, con performance non certo brillanti per quanto riguarda connettività, capitale umano, utilizzo dei servizi internet, integrazione della tecnologia digitale e servizi digitali pubblici.
Per essere precisi, a spiccare in negatività nei punteggi sono proprio il capitale umano e l’utilizzo dei servizi internet, seguiti a ruota dall’integrazione della tecnologia digitale: il che evidenzia come vi sia una scarsa capacità diffusa della popolazione – forse anche a causa dell’alta età media – di utilizzare servizi digitali che sono anche scarsamente integrati (causa o conseguenza dei primi due punti?) nelle operazioni quotidiane.

 

Ecco perché il cambio di direzione imposto dalla pandemia potrebbe rivelarsi prezioso da questo punto di vista: il superamento della diffidenza iniziale nei confronti dei mezzi informatici da parte della popolazione quanto influirà sull’accelerazione dei processi di trasformazione digitale?

La consapevolezza come chiave di volta

Tra spinte verso l’innovazione e criticità del sistema, risulta comunque chiaro agli imprenditori come la strada digitale sia quella da percorrere: a sostenerlo sono CNA e Talent Garden nel programma PMI Digital Lab, che rivela alcuni dati interessanti riguardo l’imprenditoria italiana. Secondo le ricerche svolte, infatti, l’Italia oggi è uno dei paesi che registra la più significativa crescita nella digitalizzazione delle PMI in Europa Occidentale, in un processo di sempre maggiore consapevolezza dei vantaggi offerti da questa strada, con il 91% delle PMI italiane che ritiene importante introdurre strumenti digitali e il 53% delle stesse che si sente pronto per le sfide poste da questa trasformazione.

La digitalizzazione per snellire i processi

Ultima, ma non meno importante, una riflessione riguardante l’impatto che la trasformazione digitale può avere anche sulle dinamiche lavorative all’interno dell’azienda stessa: digitalizzazione infatti non significa solo trovare nuove strade per connettersi a clienti e utenti, ma anche e soprattutto ripensare sin dalle radici le modalità operative aziendali, rendendole più snelle ed efficaci, sfrondando tutti i processi ridondanti, automatizzando una serie di funzioni e rendendo più facili e produttivi la comunicazione e il passaggio di dati all’interno dell’azienda.

Un’evoluzione che potrebbe tradursi da una parte nell’aumento di produttività e dall’altra nella liberazione di quello che è forse il bene più prezioso nella società contemporanea: il tempo. Così i processi di trasformazione digitale potrebbero essere il presupposto necessario per mettere in campo esperimenti di riduzione della settimana lavorativa, già testati in alcuni paesi del Nord Europa con grande successo, connettendosi così in modo molto stretto a diverse istanze legate alla sostenibilità.

Digitalizzazione significa snellimento dei processi aziendali e questo a sua volta significa liberazione di tempo e, dunque, sostenibilità