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Obiettivo 5: verso un’uguaglianza di genere ancora lontana

CSR

15/02/2021

L’impatto degli stereotipi di genere sul mondo del lavoro

Uguaglianza di genere: lontani dall’obiettivo 5

Uguaglianza di genere e autodeterminazione delle donne, è questo il titolo dell’Obiettivo 5 dell’agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, cioè il programma d’azione per le persone, il pianeta e la sostenibilità sottoscritto dai membri dell’ONU nel 2015.
Il proposito è ambizioso: ottenere le pari opportunità tra donne e uomini nello sviluppo economico - e in generale l’uguaglianza di diritti a tutti i livelli di partecipazione – ed eliminare ogni forma di violenza nei confronti delle donne. Una conquista tanto più ambiziosa se calata nell’attuale scenario di emergenza. Il Covid ha infatti aperto gli occhi su un quadro ancora drammatico: non solo siamo lontani dalla parità di genere, ma addirittura la disparità già esistente si è amplificata. Il World Economic Forum riporta un dato emblematico in tal senso: il 70% dello staff medico mondiale è composto da donne, ma solo il 25% ha avuto un ruolo da leader nella gestione dell’emergenza sanitaria.
Nell’ultimo anno la pandemia ha eroso i progressi compiuti portando a galla i limiti dei sistemi economici e sociali.

la disparità di genere è uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo sostenibile.

Un crollo quasi esclusivamente femminile

Hanno fatto molto discutere i dati Istat sull’occupazione italiana relativi al mese di Dicembre 2020. Si parla di un calo allarmante: 101 mila nuovi disoccupati in un solo mese. A rendere ancora più tragico il dato è la caratterizzazione per genere: il crollo è quasi esclusivamente femminile con 99 mila donne disoccupate o inattive. Questa tendenza può essere estesa all’intero 2020: dei 444 mila occupati in meno registrati nell’intero 2020, il 70% è costituito esclusivamente da donne.
L’emergenza sanitaria sta amplificando quelle disuguaglianze che già caratterizzavano la struttura sociale dell’Italia.

La maggior parte della ricchezza delle aziende è nelle mani degli uomini

Anche a livello globale il quadro complessivo non cambia: il crollo occupazionale è soprattutto una questione femminile. È quello che emerge dall’analisi dell’Un Women - L’Entità delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne - e la società finanziaria internazionale Ifc che hanno raccolto una serie di dati interessanti nel report “Bridging the gap: emerging and innovative private sector responses to support gender equality during covid-19”. Due dati su tutti: il 98% di chi ha perso il lavoro è donna e sono 47 milioni quelle che rischiano di spingersi al di sotto della soglia di povertà a causa della pandemia.

Gender gap come riflesso culturale

Il crollo occupazionale è una questione prettamente femminile: a cosa è dovuto ciò?
Una prima risposta riguarda la tipologia di impiego: le donne sono coinvolte nei settori che più stanno vivendo la crisi economica come quello domestico e dei servizi. Esiste una netta disparità di distribuzione per i lavori legati ai servizi, al sociale e all’assistenza di bambini e anziani che vengono assorbiti prevalentemente dal sesso femminile. In generale, i posti di lavoro ricoperti dalle donne sono 1,8 volte più vulnerabili alla crisi rispetto a quelli ricoperti dalla controparte maschile. La seconda risposta è direttamente correlata alla prima e riguarda il ruolo sociale delle donne: gli stereotipi di genere continuano ad avere un forte impatto sul mondo del lavoro. In questo senso, fanno riflettere alcuni sondaggi riportati dall’Eurobarometro (una serie di indagini sull’opinione pubblica condotti dalla commissione Europea): ad esempio, in Europa Orientale almeno due terzi della popolazione adulta crede che il ruolo sociale principale della donna sia la cura della casa e della famiglia. Non è difficile comprendere come una donna tentando di coniugare vita privata e lavoro si riveli maggiormente predisposta al lavoro part time, modalità particolarmente diffusa nei Paesi Bassi con una percentuale del 75,8% secondo i dati Istat.

Si stima che la parità retributiva tra i sessi verrà raggiunta entro 55 anni

La visione stereotipata della donna origina effetti negativi come la segregazione in settori poco retribuiti e con posizioni e salari inferiori rispetto agli uomini. Il gender pay gap - cioè la differenza tra la stipendio medio maschile e quello femminile – rimane purtroppo un fenomeno attuale anche nel nostro Paese. Secondo il World Economic Forum, tra il 2019 e il 2020, la differenza retributiva tra uomini e donne in Italia è peggiorata attestandosi all’11,1%. Ciò significa che le lavoratrici donne guadagnano circa 3 mila euro lordi all’anno in meno, rispetto ai loro colleghi uomini. Questo dato colloca l’Italia al diciottesimo posto tra i Paesi europei con una maggiore gender equality con una stima di circa 55 anni per raggiungere la parità retributiva.

Ridurre le disuguaglianze

Al di la delle implicazioni etiche, la disparità di genere si configura come un ostacolo allo sviluppo economico. Basti pensare che - stando ai calcoli della Banca d’Italia - se tutte le donne attualmente disoccupate lavorassero, il PIL del nostro paese crescerebbe almeno del 7%. Sarebbe sufficiente una redistribuzione dell’occupazione delle donne per accrescere la produttività media italiana. Inoltre, secondo gli esperti del management economico, promuovere la diversità e l’inclusione avrebbe vantaggi ulteriori che vanno dall’ottenere migliori risultati di business, all’incremento del fatturato e al miglioramento della reputazione a livello comunitario. Porre freno alle disuguaglianze è un elemento fondamentale per incentivare uno sviluppo economico sostenibile. Come si può dunque agire in questo senso? Non è semplice fronteggiare un fenomeno tanto complesso, tuttavia esistono degli elementi fondamentali sui quali agire:

- Accesso ai servizi finanziari. Occorre garantire la parità: ad esempio, in molti Paesi le donne non godono degli stessi diritti ereditari degli uomini e in caso di morte dei compagni rischiano di perdere ogni bene comune.

- Accesso ai servizi digitali. Il gap digitale tra uomini e donne rimane elevato in molti Stati del mondo, raggiungendo cifre record in Asia meridionale.

- Prevenzione della violenza di genere. Durante il lockdown dovuto all’emergenza sanitaria, il numero di casi di violenza domestica nel mondo è salito esponenzialmente. È necessario adottare misure che garantiscano la protezione da qualsiasi forma di violenza e discriminazione.

- Sviluppo di politiche di lavoro su misura. Le madri lavoratrici tendono ad assorbire le maggiori responsabilità assistenziali, occorre dunque offrire delle modalità di lavoro flessibili e dei servizi a sostegno delle realtà familiari

Il divario tra i sessi è anche una questione di accesso alle risorse

La digitalizzazione imposta dall’emergenza globale ha sicuramente aiutato ad abbattere le barriere tra fisico e digitale per costruire un’esperienza nuova. Al di la della necessità di una spinta tecnologica sempre maggiore, è l’approccio alla questione a fare la differenza. Uno schermo ha un potenziale infinito, è una finestra su più mondi. Gli schermi hanno il potere di trasportarci ovunque e in qualunque momento con un semplice click. Il problema rispetto a ciò che è immediatamente disponibile è che viene meno l’eccezionalità dell’evento stesso, ciò che lo rende memorabile. Bisogna agire sull’elemento empatico: sentirsi connessi a una situazione, sperimentando qualcosa di unico assieme ad altre persone, nello stesso istante. Come possiamo creare momenti collettivi di valore sfruttando il potere digitale e agendo al contempo sulla limitazione fisica imposta dallo schermo? Estendendo la nostra visione e connettendo i due mondi: digitale e fisico non sono due spazi distinti ma si combinano assieme per creare una nuova estensione di realtà.