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Open innovation: l’innovazione come chiave del successo

Social innovation

26/04/2021

Un modello tecnologico e culturale di apertura

Open innovation: guardare all’esterno per innovare

‘Innovation comes from anywhere’ (l’innovazione deve arrivare da ogni parte) è questa la prima regola del colosso tecnologico Google che abbraccia pienamente la strategia della open innovation. 
Di cosa si tratta? L’open innovation è un modello di innovazione ideato dall’economista e autore statunitense Henry Chesbrough, caratterizzato dall’apertura delle imprese verso l’esterno per creare più valore e meglio competere sul mercato. Si tratta di un nuovo approccio culturale oltre che strategico: si sceglie di ricorrere non soltanto alle risorse e alle idee interne, ma anche a competenze, soluzioni e possibilità che provengono da fonti esterne. Queste ultime spaziano da startup, università, istituti di ricerca e professionisti come programmatori e inventori.
 

La ricerca interna all’impresa non è più sufficiente, occorre esternalizzare

Qual è l’origine dell’innovazione aperta? Il termine ‘open innovation’ viene consacrato dalla pubblicazione datata 2003 ‘Open Innovation: the New Imperative for Creating and Profiting from Technology’. Nel suo libro, Chesbrough riflette su come la globalizzazione abbia reso sempre più costosi - oltre che rischiosi – lo sviluppo e la ricerca nelle aziende. Ciò per via di un ciclo di vita dei prodotti sempre più breve che porta alla necessità di reinventare i processi di realizzazione, ogni volta con il conseguente effort economico e temporale. L’open innovation risolve queste problematiche muovendosi in uno scenario a due binari, in cui aziende storiche e imprese giovani sono protagoniste. Da un lato i colossi del mercato hanno bisogno di innovare e dunque si rivolgono alle imprese giovani, dall’altro queste ultime sono realtà nuove che hanno bisogno di un ambiente che faccia da incubatore e che consenta loro di crescere.

L’Italia è pronta per l’open innovation?

Già nel 2003 Chesbrough aveva intuito come la ricerca limitata ai confini aziendali non potesse più essere sufficiente per innovare, eppure ancora oggi il valore dell’open innovation non viene recepito da tutti. La sua graduale implementazione rappresenta infatti un recente acquisto: solo negli ultimi anni l’approccio all’innovazione sta cambiando. Si è presa coscienza che l’innovazione chiusa non è più sufficiente: i talenti viaggiano assieme alle informazioni ed è sempre più difficile trattenerli a vita in azienda. A dispetto di ciò, l’Italia e l’Europa in generale investono ancora poco sull’open innovation e anche se questa tendenza sta lentamente cambiando, rimane ancora poca cosa se comparata al resto del mondo.

L’innovazione è e rimane la chiave del successo
 

L’azienda di consulenza e innovazione Mind the Bridge in collaborazione con Smau – piattaforma che mette in relazione le aziende con l’ecosistema dell’innovazione - ha realizzato una ricerca per approfondire il tema dell’open innovation in Italia. Open Innovation Outlook Italy 2021 è il titolo del progetto che ha come obiettivo non solo l’analisi del fenomeno, ma anche la comparazione dei relativi dati a quelli dei leader internazionali dell’innovazione. Da questi dati emerge che l’Italia si muove ancora a rilento rispetto ai competitor internazionali: la maggioranza delle aziende è solo all’inizio del proprio percorso di approccio all’innovazione aperta e i principali attori in campo rimangono le grandi imprese. Esistono comunque casi di PMI più strutturate che hanno adottato l’open innovation, tuttavia rappresentano ancora un numero esiguo. Anche se guardiamo al mondo delle startup più mature, il divario con il panorama internazionale rimane ampio. Alla fine dell’anno 2019, l’Italia aveva solo 245 scale-up – società innovative che hanno già sviluppato un proprio prodotto e un proprio business model – in grado di produrre più di un milione di dollari. Questo colloca l’Italia nella decima posizione a livello europeo con dati non lontanamente paragonabili a quelli di leader mondiali come Cina, Silicon Valley, Corea.

L’open innovation nella pratica

È competitivo chi riesce a creare prodotti e servizi innovativi combinando risorse esterne e interne nel migliore dei modi possibili: è a partire da questa considerazione che si sviluppa il concetto alla base dell’open innovation. In effetti, è esiguo il numero di aziende che possiede una quantità di risorse tali da non richiedere contributi da realtà esterne. Ma come si realizza concretamente l’innovazione aperta? Dalle collaborazioni con partner, all’apertura di hub, le modalità sono innumerevoli.In generale, le più utilizzate sono:

-    Incubatori o acceleratori aziendali. Strutture – gestite direttamente o indirettamente dall’azienda – con lo scopo di sostenere e accompagnare alla crescita startup soprattutto nelle prime fasi di vita fornendo loro spazi e strumenti.
-    Partnership. Accordi con partner esterni, come ad esempio contratti di collaborazione tra company e startup.
-    Call for ideas, hackathon. Concorsi per idee - spesso a premi - rivolti a professionisti, aziende attive in specifici settori.
-    Acquisizioni. La rilevazione di quote di nuove imprese da parte di corporation e grandi aziende è uno degli strumenti principali per fare innovazione aperta. 
 

Più risorse, più punti di vista, più possibilità
 

Open innovation italiana: cresce nei settori sanità, energia e trasporti

Oggi più che mai la conoscenza si diffonde in tutte le direzioni in maniera rapida e pervasiva grazie alla tecnologia. L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo ha sicuramente contribuito ad accelerare i processi di digitalizzazione favorevoli anche all’open innovation. Si va verso un futuro sempre più aperto alla partecipazione per trovare una risoluzione veloce e innovativa ai problemi. Un caso emblematico in questo senso, è Enel che soprattutto negli ultimi anni ha attribuito all’innovazione aperta un ruolo fondamentale per rinnovare il proprio business. In particolare, ha creato una sezione dedicata a innovazione e sostenibilità per accelerare l’operatività dei progetti. Oltre a ciò, ha avviato centinaia di collaborazioni e partnership con le startup: nel 2016 in particolare, ha dato avvio a ben 80 cooperazioni nei 30 Paesi in cui l’azienda è presente. A Berkeley(California), Enel ha aperto un Innovation Hub che collabora in maniera diretta con l’Università della California.

Idee e conoscenza si diffondono alla velocità di un click

Per quanto riguarda invece il settore dei trasporti, tra i più significativi casi di open innovation figura Trenord. L’azienda ha recentemente avviato una call for ideas per trovare delle soluzioni innovative in materia di social distancing, cybersecurity e smartworking. Tra le idee vincenti quella di Needpower con il progetto ‘Need to power’che offre una soluzione allo smartphone scarico con un servizio di ricarica devices, attraverso l’installazione di punti di ricarica in luoghi strategici ad alta frequentazione, segnalati da un’app tramite geolocalizzazione. Un esempio dal settore sanità viene invece offerto dalla casa farmaceutica Angelini Holding che ha partecipato ad una call di open innovation promossa da Smau con un duplice scopo: individuare nuovi sistemi di delivery/dosaggio dei prodotti e dei materiali per la produzione di mascherine e nuovi materiali sostenibili per il packaging.

Prospettive e sfide future

Sebbene i benefici dell’open innovation siano evidenti, ci sono alcune sfide ancora aperte che è necessario affrontare in un’ottica di concreta implementazione e messa a punto della stessa. I principali ostacoli riguardano sia gli aspetti più operativi e legali sia quelli culturali.
Quando, ad esempio, non esiste una chiara strategia di innovazione, risulta difficile gestire un processo di collaborazione con terze parti,in quanto ciò significherebbe andare incontro a molti cambiamenti a livello sia operativo sia strutturale. 
Molto importante è inoltre delineare sin da subito gli aspetti legali del rapporto con terze parti, così da tutelarsi da eventuali aspetti negativi che potrebbero intaccare il progetto o l’immagine del proprio marchio. L’ultima e probabilmente più critica sfida dell’open innovation è la mancanza di una cultura aziendale collaborativa e inter-funzionale: ci sono realtà in cui è difficile far confluire idee che provengono dall’esterno di un’organizzazione, poiché prevale lo scetticismo e la paura di affrontare nuove modalità di innovazione.
 

Prima le persone, poi i processi e infine le idee per un’innovazione di successo