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Persone
23 marzo 2022

Digital gender divide: ma alle donne davvero non piace la tecnologia?

Le giovanissime mostrano un apprezzamento per gli strumenti tecnologici pari —se non superiore— rispetto ai coetanei maschi. Ma allora perché poi rimangono indietro? E come rimediare?

Le donne utilizzano gli strumenti tecnologici meno degli uomini: un’affermazione, questa, supportata da dati che arrivano da ogni parte del mondo e che dimostrano che – seppur a livelli diversi – questa differenza si registra a quasi ogni età, a prescindere dal livello di istruzione e in ogni luogo del mondo. Ancor di più, più sono alte le competenze tecnologiche prese in esame, più questo divario si amplia. Possiamo dunque giungere alla conclusione che le donne abbiano per qualche motivo un minor interesse per la tecnologia? O ci sono altri fattori da prendere in considerazione?

Se non puoi misurarlo, non puoi migliorarlo

Il primo passo è senza dubbio quello di raccogliere dati significativi e dettagliati: solo dipingendo un quadro chiaro del problema – sempre che vi sia un problema, naturalmente – si ha la possibilità di intervenire per correggerne le cause scatenanti.

Se non si può misurare qualcosa, non si può migliorarla — Lord William Thomson Kelvin

L’indice “Women in Digital” (WiD) 2021, redatto dalla Commissione Europea nell’ambito del Digital Economy and Society Index, mostra l’Italia in 23° posizione riguardo le performance generali rispetto all’utilizzo degli strumenti tecnologici da parte delle donne, occupando la parte finale della classifica insieme a Ungheria, Polonia, Bulgaria e Romania. Ad aprire la classifica, invece, Finlandia, Svezia, Danimarca, Estonia e Paesi Bassi. I dati mostrano come a segnare il distacco rispetto alla media europea non siano le competenze e le possibilità di impiego in ambito specialistico (47 punti, in linea con la media europea, con l’Italia in 12° posizione), ma l’utilizzo di internet in generale (47 punti contro una media europea di 60 punti, con l’Italia in 24° posizione) e soprattutto le competenze generali degli utilizzatori della rete (37 punti, media europea 53, 25° posizione).

Un interessante rapporto firmato da Plan International e Università Bocconi con il supporto di Unicredit Foundation, intitolato “Sfide attuali e future per la parità di genere in Italia: il divario digitale di genere”, sottolinea come “la questione del divario digitale di genere e il suo impatto sulla formazione al lavoro deve anche affrontare il tema delle barriere di genere nel contenuto e sviluppo della formazione e prevenire la segregazione di genere nelle funzioni di apprendimento e lavoro fornendo, a pari condizioni, opportunità di carriera non tradizionali per entrambi donne e uomini”.
Secondo il rapporto, infatti, non solo i laureati STEM (Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) sono al 59% uomini (74% se si considera la sola Ingegneria e 68,4% per Scienze) e lo stesso vale per il settore ICT (Informatica e Tecnologie di Comunicazione), ma anche le prospettive occupazionali non sono allettanti: dopo aver ottenuto una laurea magistrale STEM l’85% delle donne trova un’occupazione (contro il 92,5% degli uomini) e dopo cinque anni dalla laurea ha un impiego stabile il 45,1% delle donne rispetto al 62,5% della controparte maschile. Non solo: a cinque anni dalla laurea, i maschi guadagnano mediamente il 23,6% in più rispetto alle colleghe donne. Questo nonostante le ragazze si laureino in media con punteggi più alti e siano più propense a scambi culturali ed esperienze lavorative negli anni di studio.

Non solo la stragrande maggioranza dei laureati stem e ict sono maschi, ma questi hanno anche migliori probabilità di trovare un lavoro e di mantenerlo, oltre che di avere stipendi più alti. Eppure le giovani donne appaiono molto dotate in ambito tecnologico.

Eppure i giovani…

Un altro dato degno di nota che emerge dal rapporto Plan International – Università Bocconi è che il divario tra maschi e femmine non è “innato”, ma aumenta progressivamente con gli anni: fino ai 24 anni circa sono anzi proprio le donne a dimostrare competenze digitali addirittura maggiori rispetto alla loro controparte maschile. È con l’aumentare dell’età che il divario si amplia, giungendo al suo picco sopra i 55 anni. A cosa si può attribuire questo progressivo scollamento tra donne e tecnologia? Probabilmente i motivi sono molti e legati anche a specifici fattori sociali e culturali.

A pesare sul rapporto tra donne e tecnologia è probabilmente un mix tra fattori culturali —il digitale sarebbe una “cosa da ragazzi”— e tempo da dedicare alla propria crescita personale nel corso della vita

Le ICT, per quanto apprese nel percorso scolastico, vengono approfondite e aggiornate soprattutto nell’esperienza di tutti i giorni: in un paese come l’Italia, in cui le incombenze domestiche sono ancora spesso appannaggio del sesso femminile, le occasioni per le donne di approfondire e aggiornare le proprie conoscenze tecnologiche nel tempo libero sono molto limitate. Non solo: “La competenza digitale, definita come la capacità di acquisire elaborare e comunicare informazioni digitali, è condizionata dal background socio-culturale, compreso l’ambiente famigliare, il patrimonio culturale e l’orientamento accademico”. Insomma, per vaste fasce della popolazione italiana la competenza digitale è ancora una “cosa da ragazzi” e questo scoraggerebbe molte ragazze dall’affacciarvisi o dal portare avanti una carriera lavorativa in tal senso.

Smartworking: una moneta a due facce

Il 2020 con la ben nota e non ancora risolta pandemia da Covid-19 ha senza dubbio cambiato le carte in tavola: per voglia o necessità, sono stati sempre di più coloro che si sono affacciati al mondo della tecnologia sia per lavoro sia per le attività quotidiane. Da una parte il possesso di uno smartphone e la capacità di utilizzarlo è ormai lo spartiacque tra coloro che possono accedere a una serie di servizi in modo facile e immediato e tra coloro che, se riescono ad accedervi, lo fanno a costo di procedure lunghe e laboriose. Dall’altro smartworking, videocall, cloud e una serie di altre tecnologie sono prepotentemente entrate nella quotidianità professionale di una vasta platea di lavoratori che fino a quel momento non avevano sentito la necessità di farvi ricorso. Non solo: lo smartworking ha anche consentito di trovare un più efficace equilibrio vita privata – lavoro. Il che – se è vero come detto che sulle donne ricade il maggior carico in ambito domestico – potrebbe giocare a favore delle lavoratrici

Oggi, una scarsa o nulla competenza digitale pesa non solo dal punto di vista lavorativo, ma anche sociale: ecco perché le competenze tecnologiche diventano strumento di inclusione a vasto raggio

Naturalmente vi è anche un rovescio della medaglia, anzi due: il primo è passeggero e legato alla condizione specifica della pandemia. Se infatti sono le donne ad occuparsi della casa e dei figli, la permanenza a casa di questi ultimi nei lunghi mesi di didattica a distanza ha pesato in particolar modo proprio su di esse. Il secondo riguarda l’accesso stesso agli strumenti digitali: se la necessità ha fatto sì che sempre più persone dedicassero rinnovata attenzione alle ICT, questo è stato più vero per gli uomini che per le donne. Con un rischio reale di esclusione dal mondo del lavoro.

Investire sul futuro. Da ora.

L’impegno per la riduzione del Gender Digital Divide, come spesso accade quando si parla di sostenibilità, è un percorso che va a vantaggio della società tutta, non delle sole donne: l’approccio a una maggiore digitalizzazione deve interessare sicuramente giovani e giovanissime, perché si sentano libere e incoraggiate nel mettersi alla prova nei settori STEM e ICT, ma anche tutte le altre fasce d’età, indipendentemente dal fatto che si tratti di donne lavoratrici o meno e dalla posizione occupata. Perché coloro che non hanno mai utilizzato internet e strumenti tecnologici si sentano invogliati e supportati nel farlo e perché coloro che hanno conoscenze di base degli stessi sviluppino la volontà di approfondirle.

Formazione continua e coinvolgimento delle donne nelle professioni ICT sono le fondamenta per creare un mondo digitale che sia davvero inclusivo e rappresentativo di diritti, sogni e ambizioni della società nel suo complesso

In questo senso due sono gli strumenti primari.
Il primo, la formazione continua, sempre più pensata e strutturata su misura per ciascuno, soprattutto ma non solo nel mondo del lavoro, così che possa derivarne una vera crescita personale, ricordando che inclusione digitale significa anche inclusione sociale.
Il secondo, un sempre maggior coinvolgimento delle donne nelle professioni ICT, perché solo con una rappresentanza equilibrata di entrambi i sessi le tecnologie del domani saranno davvero inclusive.

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