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Persone
2 marzo 2022

La formazione permanente nella società dell’innovazione permanente

Qualificare e riqualificare il capitale umano nell’utilizzo delle tecnologie digitali e supportare le aziende nel processo di digital transformation: una questione di competitività e inclusione

Negli ultimi mesi è stato sottolineato da più parti come l’esplosione improvvisa della pandemia da Covid-19 abbia provocato una forte accelerazione di tutti i processi digitali in atto, rendendo una priorità quella transizione digitale che covava sotto le braci da ormai molti anni, ma senza mai riuscire a divenire un fuoco vivo. L’improvviso cambio di marcia ha immediatamente messo in luce punti di forza e arretratezze dei diversi sistemi Paese: gli strumenti di rilevazione messi in campo sia a livello comunitario sia in ambito nazionale sono la base da cui partire per individuare le specifiche debolezze di ogni realtà, stabilirne le cause e mettere in atto i correttivi necessari a garantire una crescita digitale adeguata a supportare la competitività delle imprese e l’occupabilità delle risorse umane. 
Dato il contesto, risulta evidente come il nodo della formazione continua sia fondamentale sia nel settore pubblico sia in quello privato, sia rispetto a una gestione innovativa dei processi sia nella relazione con il proprio pubblico di riferimento.

L’Italia nel DESI

Come detto, le note dolenti evidenziate dai sistemi di rilevazione europei non devono essere motivo di detrimento per una Nazione, ma guida e stimolo per comprendere dove e come intervenire: la situazione non proprio positiva per l’Italia (eccetto per quanto riguarda le aziende private, come vedremo più avanti) delineata dal DESI 2021 (l’Indice di Digitalizzazione dell’Economia e della Società redatto annualmente dalla Commissione europea) è stata infatti alla base di una serie di azioni mirate che si auspica possano dare i loro risultati già nei prossimi mesi.
Come si legge nel documento, infatti, “Il piano italiano per la ripresa e la resilienza è il più ampio dell’UE, per un valore totale di circa 191,5 miliardi di EUR. Il 25,1% di tale importo (circa 48 miliardi di EUR) è destinato alla transizione digitale”. Oltre a prevedere riforme e investimenti per la trasformazione digitale della pubblica amministrazione, del sistema giudiziario e per la modernizzazione delle imprese, vengono previsti anche interventi specifici per lo “sviluppo delle competenze digitali, con misure volte a migliorare le competenze digitali di base della popolazione, ad aumentare l’offerta formativa in materia di competenze digitali avanzate, a riqualificare la forza lavoro e a migliorarne le competenze”.

Un ruolo fondamentale nella diffusione delle competenze digitali è da assegnare alla formazione a tutti I livelli: sia per I lavoratori già occupati, sia per quelli in cerca di occupazione, sia per I lavoratori di domani, sia per la popolazione in genere.

Perché questo investimento così massiccio? Perché il DESI 2021 vede l’Italia globalmente al 20° posto tra i 27 Stati UE, segnando in particolare un ritardo significativo proprio sul lato delle risorse umane, mentre molto meglio vanno le strategie aziendali, che anzi come vedremo si pongono ben al di sopra della media europea.
Quali devono essere dunque gli obiettivi strategici? Rafforzare e sostenere i processi virtuosi in atto e colmare al più presto le maggiori lacune: un iter possibile solo attraverso specifici percorsi di formazione sia delle risorse umane del domani, sia di quelle attualmente impiegate.

La Strategia Nazionale per le Competenze Digitali

Proprio il DESI (nello specifico quello datato 2020) è lo strumento fondamentale alla base della prima “Strategia nazionale per le competenze digitali”. Rilevato che “La carenza di competenze digitali è per l’Italia uno dei principali ostacoli allo sviluppo del Paese, e assume le caratteristiche di una priorità”, la Strategia prende in considerazione diversi settori di intervento, tra cui quello relativo alle imprese: “Appare necessario avviare una pianificazione strategica in grado di garantire, attraverso azioni mirate, il miglioramento delle competenze tecnologiche di tutta la forza lavoro e un maggiore raccordo tra mondo della formazione e mondo delle imprese, rispondendo concretamente alle sfide della digital transformation. L’innovazione, posta in essere a livello di persona, di processo e di prodotto, deve diventare quel ‘must have’ attraverso il quale rafforzare l’Italia nel quadro competitivo globale. In particolare, quindi, si devono potenziare le competenze digitali, sia di base che specialistiche, di tutto il personale e a tutti i livelli funzionali con particolare attenzione al contrasto al divario digitale di genere, indirizzare gli stakeholder ad avere maggiore consapevolezza delle nuove tecnologie, ammodernare i processi produttivi aziendali, anche attraverso una formazione efficace, migliorando al contempo l’utilizzo e l’accesso alle reti di telecomunicazioni”.

Tutte le azioni rivolte al settore privato si pongono 7 obiettivi: il primo, aumentare il numero di dipendenti privati con competenze digitali di base e specialistiche, con maggiore coinvolgimento delle donne nell’ICT; il secondo, favorire la trasformazione tecnologica dei processi aziendali; il terzo, formare nuove figure professionali innovative anche a livello di executive; quarto obiettivo è quello di creare una maggiore interazione tra mondi della didattica, della ricerca e del business; il quinto riguarda un maggiore trasferimento tecnologico verso le imprese; il sesto è relativo alla moltiplicazione delle iniziative nazionali in tema di tecnologia emergenti e il settimo, infine, riguarda un generico maggior utilizzo di internet a tutti i livelli.

La forza delle imprese

Per quanto riguarda l’integrazione delle tecnologie digitali, le aziende italiane si pongono al 10° posto in Europa, facendo registrare un punteggio di 41,4 contro il 37,6 della media europea. In particolare, ben il 69% delle PMI italiane presenta un livello di intensità digitale almeno di base contro il 60% della media EU. Ottimo anche l’utilizzo della Cloud (38% delle aziende italiane contro il 26% della media EU), così come l’utilizzo della fatturazione elettronica (ben il 95% contro il 32%). In media con le altre nazioni sono lo scambio di informazioni elettroniche (35% contro 36%) e l’utilizzo dei social network (22% contro 23%).
A segnare il distacco maggiore in negativo sono invece l’utilizzo dei Big Data (9% contro 14%) e dell’Intelligenza Artificiale (18% contro il 25%), oltre all’utilizzo delle TIC (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione) per la sostenibilità ambientale (60% contro 66%).

Il nodo delle risorse umane

Se le aziende, come abbiamo visto, reggono bene il confronto con gli altri stati europei – e anzi in alcuni settori si mostrano particolarmente avanti – rimangono alcuni nodi da affrontare sul fronte del capitale umano, dove si registrano i maggiori problemi e dove è dunque necessario intervenire con maggiore decisione: il DESI 2021 rileva che il 42% degli italiani possiede perlomeno competenze digitali di base (contro il 56% della media europea), mentre il 21% (contro 31%) possiede competenze digitali superiori a quelle di base. Ad essere competente in fatto di software è il 45% (Europa 58%), mentre gli specialisti delle TIC sono il 3,6% (contro 4,3%), di cui il 16% di sesso femminile (Europa 19%). Il 15% delle imprese fornisce formazione in materia di TIC (Europa 20%), mentre i laureati nel settore delle TIC sono l’1,3% (contro 3,9%).

Dove più dove meno, dunque, su questo fronte vi sono dei ritardi da colmare, come sottolinea il DESI: “L’Italia deve far fronte a notevoli carenze nelle competenze digitali di base e avanzate, che rischiano di tradursi nell’esclusione digitale di una parte significativa della popolazione e di limitare la capacità di innovazione delle imprese”.
Se i dati non sono dunque ottimi, buone sono però le sensazioni rispetto ai correttivi messi in campo: “La Strategia Nazionale per le Competenze Digitali rappresenta un risultato importante e un’opportunità per colmare questo divario. È fondamentale porre maggiormente l’accento sul capitale umano e proseguire gli sforzi in materia di istruzione, riqualificazione e miglioramento delle competenze e formazione sul posto di lavoro in settori ad alta intensità tecnologica”.

Il ruolo della formazione permanente nella società dell’innovazione permanente non è accessorio, anzi: si tratta di un tassello fondamentale non solo per la competitività, ma anche per l’inclusività di un intero sistema paese.

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